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  robertocifarelli Le Radici nel Futuro
 
Cultura & Beni culturali
 


Sono nato e vivo a Matera, classe (classe?) 1963, sono sposato, ho due figli.


1 ottobre 2009

LA PASTA DI MATERA

   La mostra "La Pasta di Matera: una tradizione da salvare. Industria e tradizione: oltre 100 anni di storia’’ è stata inaugurata questa mattina presso la sala conferenze della Camera di Commercio di Matera.
 
L’iniziativa, frutto di un laborioso lavoro di ricerca, che ha coinvolto operatori economici, personalità del mondo culturale della provincia di Matera, ha consentito di raccogliere oggetti, immagini, ricordi, attrezzature, legati alla produzione della rinomata pasta materana. 

All’evento è legato un progetto di valorizzazione della filiera pastaia e dell’economia locale, che sta riscuotendo attenzione e consensi.

Vale la pena visitarla.




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20 settembre 2009

LA CITTA' IDEALE PER L'UOMO INESISTENTE

 Il francese Michel Ragon (Marsiglia 1924), famoso scrittore, storico e critico d’arte e d’architettura moderna, è cresciuto nel mondo del lavoro manuale a Nantes e a Parigi: si è perciò laureato in Lettere alla Sorbona soltanto a cinquant’anni, diventando poi professore all’Ecole des Beaux Arts. Ragon si definisce “anarchico” e “socialista libertario”, cioè vicino alla scuola di Proudon e degli utopisti del XIX secolo, ambito che ha molto approfondito. Infatti, oltre a una ventina di romanzi (il primo uscì nel 1953), ha scritto numerosi saggi di letteratura, storia, arte, architettura, sociologia e politica e una quindicina di libri di architettura, tra cui i famosissimi Les Visionnaires de l’Architecture (1965), Les Cités de l’avenir (1966), Histoire mondiale de l’architecture et de l’urbanisme modernes (1971-78), L’Architecte, le Prince et la démocratie (1977) e altri sulle teorie e i progetti sulla città ideale moderna e contemporanea.
L’articolo qui ripreso propone, con una chiave di lettura inusuale, un rapido excursus della storia delle utopie urbane, da Platone fino alla seconda metà del XX secolo.


Nel secolo V a.C. il dispotismo diventa ideologico ad opera di un filosofo: Platone. Con Platone compare la prima utopia urbana. E sarà il prototipo di tutte le città ideali che in seguito immagineranno architetti e politici. La città delle leggi descritta da Platone si oppone di fatto alla città spontanea e naturale di cui Atene era un buon esempio. La città utopica di Platone è un’anti Atene. Platone interessato ad una natura unica, quella del cosmo, dà alla sua città la forma di un cerchio che divide in 12 parti disposte intomo al centro culturale. In questa figura geometrica Platone inserisce un uomo geometrizzato. Tutte le strade sono identiche e dritte, e tutte le case somiglianti. In questo modo la città eviterà le diseguaglianze. Nella città ideale di Platone abbondano le proibizioni: il lusso, gli affetti familiari, il celibato, la infecondità, le relazioni con gli stranieri, la musica sentimentale, la presenza dei poeti.

Respingendo l’ideale di libertà che si manifesta ad Atene (proprio con il poeta) quale conseguenza unica dell’ideale dell’uguaglianza, Platone concepisce una città di eguali, senza ricchi né poveri, dove le donne e i bambini appartengono a tutti. La città ideale assicurerà l’ideologia del perfetto, dell’inalterabile e dell’immutabile. Quartieri, classi sociali, tutto viene etichettato e classificato, la segregazione diventa istituzione.
Da città filosofica di Platone all’ideologia burocratica dei moderni agglomerati la continuità è evidente: le strade identiche, le case somiglianti, la tirannia della geometria, l’ugualitarismo che serve ad impedire le velleità libertarie, la codificazione delle proibizioni, la segregazione delle funzioni e delle classi; la città attuale tende all’ideale platonico. Senza conseguirlo, grazie a Dio. O meglio, grazie ai poeti. Perché i poeti non hanno smesso di essere l’antidoto della città filosofica; si comprende che Platone sostenesse il loro allontanamento dalla città. Già nei «Calabroni» Aristofane si era burlato di Platone utilizzando le suppliche dell’architetto Meton. Negli «Uccelli» oppone alla monotona città platonica una città costruita alla maniera degli uccelli. Chiudendo le porte della sua città ai poeti Platone non fa che indicare la strada da seguire ai despoti di tutti i tempi. Tant’è che da Ovidio a Solgenitzin, passando per Victor Hugo, l’allontanamento dei poeti sarà una costante della città autocratica.

I progetti di città ideale che abbondano a partire dal Rinascimento non fanno altro che ripetere l’ideale platonico. In particolare, riferendoci all’utopia di Thomas More la imitazione è quasi totale. La terra di utopia che ci descrive il filosofo, cancelliere di Enrico VIII, abbraccia 54 città geometriche di 6.000 famiglie ciascuna: tutte le strade sono tanto dritte e così somiglianti che è difficile distinguerle. E tutte le città di Utopia sono ugualmente identiche per cui, afferma il filosofo, diventano inutili i viaggi. Qui si vive solo per il lavoro e per la riproduzione. Così come in Platone, i pasti si fanno in comune nel refettorio ed una tromba ne annunzia l’ora. Sicuramente tutti vestono allo stesso modo. Vi è una sola differenza con Platone, che è fondamentale: non sono né i saggi né i guerrieri che governano la città, ma i commercianti. La città capitalista mostra il naso. Conseguenza logica: quando si incendia Londra, nel XVII secolo, Wren disegnerà nel suo progetto di ricostruzione, il Royal Stock e la Borsa nel centro sostituendoli alla Cattedrale di S. Paolo.

Platone, conviene ricordarlo, collocava nel centro della sua città ideale un centro culturale, relegando in periferia la piazza commerciale. Lo stesso faranno le prime città cristiane medievali che si sviluppano all’intomo delle cattedrali. Però presto apparirà nel centro delle città il Municipio, edificio insolito che rivaleggerà con la Cattedrale. Quando Filarete disegna per Francesco Sforza una città ideale a forma di esagono, dispone di fronte alla Cattedrale il palazzo del principe. La novità consiste nell’aver posto sullo stesso piano il religioso e il politico. Dürer va molto oltre nella sua città ideale: pianta a scacchiera composta da 40 blocchi rettangolari, elimina la chiesa dal centro della città collocandovi unicamente il palazzo del sovrano. La secolarizzazione della città si è conclusa.

Questa secolarizzazione si amplia nel XVIII secolo con il progetto della «città industriale» concepita da C.N. Ledoux. Colbert è stato il primo ad immaginare un secolo prima le città industriali. Infatti nei pressi di Cherbourg, era stata costruita una città per gli operai di una cristalleria che, con case basse, allineate in linea retta, rimarrà fino al XX secolo il prototipo della città operaia. Però Ledoux vedrà molto oltre. Quello che egli propone in realtà per questa fabbrica di sale, la più importante del suo tempo, è una città verde che annuncia a sua volta il Falansterio di Fourier e la città giardino di Howard. Roussoniano convinto, vuole riconciliare l’idea della città con l’idea della natura. Però la sua maggiore originalità consiste nel fatto che è il primo architetto della storia che si preoccupa dell’«uomo comune».

Meraviglia però il fatto che nessuno si è preoccupato dell’«abitante comune». Con Platone e Thomas More nasce l’idea di un focolare comune nelle costruzioni in cui alloggiare gli operai per preparare i pasti. Ma che forma dare alle case dei lavoratori? Per i muratori una piramide, per i bottai una residenza circolare. Ogni categoria sociale, ogni professione ricercherà la residenza che gli corrisponda. Tutto il contrario della uniformità di Platone e More, però chi ricerca ha altre frenesie: una naturale tendenza all’imitazione. Ed ha un’altra forma di segregazione, dovuta all’accentuazione delle differenze.

La città di Ledoux non è stata costruita intorno al palazzo del principe né della Chiesa, ma intorno alla fabbrica «figlia e madre dell’industria» che condurrà alla felicità attraverso il lavoro e la virtù. Questa città ha avuto una funzione moralizzatrice tanto quanto «il precettore di Emilio», opera della quale Ledoux era un fervente lettore. Nuovi edifici compaiono: un «tempio della memoria»; una «casa per le riunioni consacrate al culto dei valori morali», una «casa dell’educazione e della ricreazione», un «tempio per la conciliazione», un tempio consacrato all’amore ed un altro che è un postribolo funzionalista costruito a forma di fallo.

Ledoux giustifica questo bordello perche «la delimitazione del vizio porterà i deviati verso il bene». Per la casa della conciliazione chiamata «pacificatrice» scrive il seguente principio: «Prima di innalzaria alla felicità, rendiamoci degni di goderia». Però malgrado i deliri di un simbolismo ingenuo, niente è più ragionevole delle città ideali di Ledoux. Di forma ellittica, il suo cimitero, costruito intorno ad una sfera, è il vecchio mito architettonico della cosmogonia. Nella realtà Ledoux partendo dall’idea della città è andato scivolando verso la edificazione di un nuovo centro del mondo, come la città costruita per le antiche religioni. Centro del mondo della cultura, le saline di d’Arch-et-Senas sono il primo santuario edificato ad una dea che presto porterà sul suo altare: la dea Ragione.

Attraverso l’Utopia di Thomas More si intravede il fascino precedente della città Inca, che sembrava, per la sua forza, aver realizzato la utopia platonica. Ma un altro modello ebbe influenza nelle utopie della città: il monastero medievale. Effettivamente i monasteri sono delle piccole città in cui la uniformità e la uguaglianza sono perfette: celle identiche, abiti uniformi, lavoro e beni in comune, vita regolata. In un certo senso si può affermare che la ideologia urbana socialista del XIX secolo è una secolarizzazione del monastero. Nella Icaria di Cabet non esistono officine individuali, ma unicamente grandi officine collettive; non esistono piccoli negozi ma grandi magazzini. L’adulterio, la civetteria, il celibato sono sospetti e proibiti a Icaria. La forma della città icariana è a scacchiera. Tutte le strade sono identiche, tutte le case uguali. La circolazione pedonale è differenziata da quella dei veicoli. Vi sono per i veicoli delle strade sotterranee. Le case sono ricoperte da terrazze «per lo svago». Tutta la città è realizzata da costruzioni industrializzate e gli appartamenti sono ammobiliati con materiali applicati o incastrati nei muri.

Lasciando da parte il puritanesimo, soffermiamoci prima sulla ideologia urbana che la Bauhaus e Le Corbusier non hanno smesso di proclamare durante la metà del secolo, e della quale gli agglomerati attuali sono una caricatura. L’analogia è ancora maggiore se si confronta Le Corbusier con Fourier. Come più tardi Le Corbusier, Fourier concepisce la sua «società scientifica» partendo dalla «unità di abitazione» che chiama «falansterio». Il falansterio immaginato da Fourier e la unità di abitazione che Le Corbusier costruisce a Marsiglia contengono la stessa popolazione, 1.600 abitanti.

Il meccanismo di classificazione della società mercantile si esercita diabolicamente nel pensiero di Fourier che, rifacendo il mondo, è preso da un furore di ordine: dà agli uomini 12 diritti, gli concede 12 passioni e desidera liberarli da 7 calamità. Gli utopisti hanno la mania della classificazione definitiva con l’idea che il mondo sia immutabile. Vi è in loro una tendenza all’entropia che dall’inizio condiziona le loro intenzioni. L’immutabile ed il perfetto conducono immediatamente ad una perfezione cristallizzata delle città rappresentate da De Chirico, che sono popolate da Statue. La immobilità marmorea dei loro personaggi ha dovuto soddisfare gli utopisti e a coloro ai quali ripugna il tumulto della vita.

L’organizzazione collettiva delta popolazione operaia preconizzata da Fourier, con pasti nel refettorio, educazione dei bambini negli spazi sorvegliati, anticipa la comune maoista. Fourier scrive «il focolare familiare e individuale non è fatto per il popolo. Si tratta di un piacere per gente ricca, come l’andare in carrozza, ma il popolo fa a meno del focolare e della carrozza, va a piedi e vive in pensione, allo stesso modo come si sposa o resta celibe». L’esercito del lavoro, immaginato da Saint-Simon, non solo è prefigurato, ma viene adattato alle esigenze del suo pensiero.

Quando agli inizi della rivoluzione di ottobre il partito bolscevico tentò di realizzare integralmente la utopia socialista in Russia, si costruirono «case comuni» destinate alla socializzazione di tutti gli elementi della vita quotidiana. Lo spazio privato si ridusse al minimo con l’intento di imporre agli abitanti della «casa comune» il massimo di vita collettiva. Soltanto in alcune case comuni si previdero cellule minime di 6 metri quadri, tanto per i celibi che per i coniugati. Inoltre erano previsti dormitori per i parenti, ma non gli si permise di riunirsi in questi, che per un numero limitato di notti, «scientificamente» calcolato perché si rinnovasse meglio il gregge umano. La popolazione operaia non fu sempre d’accordo con le ideologie che tendevano alla propria felicità, imponendogli un modello di vita che non ha niente a che vedere con la sua cultura ed i suoi desideri, per cui manifestò tanta riprovazione per la «casa comune» che nel 1930 al Comitato centrale del Partito Comunista russo se ne decise la chiusura. Non è necessario dimostrare il carattere tirannico dei filantropi come la loro miopia. Tentando di imporre ai loro simili i propri gusti, non gli passa per la mente che questi hanno loro motivi per comportarsi in altro modo. Fourier era celibe, viaggiatore di commercio e cliente abituale delle pensioni. Il suo modo di vedere, a lui gradito, lo ha inteso estendere a tutta l’umanità. Le Corbusier, felice con sua moglie, senza figli, con il suo atelier di artista, credette che l’ideale di tutto il mondo fosse vivere come lui e costruì l’unità di abitazione a Marsiglia, senza adeguaria ad una famiglia con bambini.

«Quando Luigi XIV volle costruire un ricovero per 5.000 invalidi né lui né i suoi architetti ebbero l’idea assurda di costruire un rifugio per ciascun soldato. Sarà sempre più economico e più intelligente per alloggiare una popolazione da 800 a 2.000 persone, costruire un unico grande edificio, piuttosto che costruire 350 o 400 casette isolate... Si risparmiano 400 cucine, 400 sale da pranzo, 400 depositi, 400 cantine, 400 stalle, 400 granai... Indipendentemente da tale economia si aggiungano 2 o 3.000 porte, finestre, finestrini con le loro cornici e i ferramenti. E bisogna anche sommare la costosa manutenzione di cui tali case hanno bisogno». Questa citazione non è di Le Corbusier, ma di Considerant, discepolo attento di Fourier. Ottanta anni dopo Le Corbusier la ripeterà letteralmente per giustificare quella che chiamò in un primo momento «città giardino verticale» e successivamente «città splendente» formata da «unità di abitazione».

Considerant elogia egualmente i grandi bastimenti, che tanto saranno ammirati poco dopo da Giulio Veme. Questi intitolerà «una città galleggiante» una sua novella la cui azione si svolge fra Le Havre e New York. Queste città galleggianti saranno di riferimento anche per Le Corbusier. Un mondo circoscritto, con orario rigido, sale da pranzo e dormitori comuni, con il comandante «unico padrone del battello dopo Dio», divertimenti organizzati. Quale modello più adeguato si può trovare per la città industriale!

Se non si assumono le teorie di Le Corbusier come una visione poetica e le riferiamo invece direttamente al genere letterario nato con l’utopia di More, ne emerge un mondo di una mostruosità burocratica che non ha nulla da invidiare alle più agghiaccianti anticipazioni della scienza-simulazione. Per Le Corbusier, «l’animale umano, come la bestia, è condizionato a costruire cellule geometriche». Lo spirito geometrico si incontra in tutte le proposte utopiche; allo stesso modo di More, di Cabet, Le Corbusier sostiene che le esigenze umane si limitano a poca cosa, «molto identiche tra gli uomini che sono fatti dello stesso fango». In questo modo, raccogliendo la teoria dell’«uomo macchina» abbozzata da Descartes (nell’uomo macchina) e amata dai filosofi dell’illustrazione (La Metrie), Le Corbusier conclude coerentemente nella idea della «macchina per abitare», cellula ideale dell’«uomo macchina»; e queste macchine per abitare perfettamente integrate nella «città macchina», universo totalmente programmato, asettico, puro ed immutabile come un cristallo.

Tra la fabbrica e la residenza, nessuna rottura. La fabbrica e la grande agglomerazione esprimono una società ordinata per il rendimento e la funzionalità. La grande agglomerazione è disegnata dal geometra e dalla squadra del quartiere. Si è demolita con gli escavatori l’anarchia dei loro padiglioni e si è riunita la gente secondo le classi, ponendo tutto questo in quartieri.

Alla fine, nel modo che desiderava More, tutte le nuove città sono uguali, queste si sono sviluppate nelle vicinanze di Parigi, di Stoccolma o di Mosca. Sia il capitalismo che il socialismo in quanto conseguenza della rivoluzione industriale, hanno prodotto lo stesso tipo di città stereotipata, lo stesso tipo di città macchina per un uomo macchina. Per cui la riflessione è che alla fine le utopie hanno sempre ragione. Nel mentre durante la sua vita le idee di Le Corbusier hanno suscitato grandi ostilità, finalmente le stesse hanno prevalso sostenute da una generazione di architetti che hanno assunto i suoi paradossi e le sue eccentricità come denaro contante e sonante.

Osserviamo la nostra «nuova città», osserviamo le sue scatole orizzontali simili a vagoni della ferrovia fuori uso ed abbandonati in un garage sterilizzato, osserviamo le scatole verticali che somigliano a dei belvedere. Non è questo il mondo di Kafka? Non si tratta del famoso «incubo climatizzato» di Henry Miller? Non è il mondo felice di Huxley? 1984 di Orwell? Qualcosa è cambiato nel regno dell’utopia, visto che ora tutti sono tristi e tormentati. In quanto abbiamo conosciuto quello che può essere l’utopia posta in pratica: niente è peggio dell’utopia realizzata. L’utopia è deviante per la immaginazione, e costrittiva per la pratica.

E nonostante ciò, tutto il mondo sogna una città ideale, tanto il filosofo nella sua biblioteca, come l’emarginato nella sua baracca.

La città immaginata da Borges somiglia a una biblioteca. Ma a che cosa somiglia una città immaginata in una baracca? Inizia a svilupparsi, in questo periodo ecologico una idea della città ad uso del consumatore, una utopia dell’autocostruzione e dell’autopianificazione. Mancando una coscienza su quello che immaginano gli abitanti delle baracche si è pensato per conto loro.

Questa è l’utopia degli anni ‘70, quella di Hassan Fathy: costruire con il popolo; e di Yona Friedman; l’architettura della soprawivenza, quella della «residenza marginale americana»; quella degli «abitanti paesaggisti» di cui ci parla Bernard Lassus e quella dell’energia solare applicata alla residenza. Sono utopie che reagiscono alle utopie tecniciste che si svilupparono negli anni sessanta. Tenendo in conto le possibilità della tecnica modema, della tecnica più avanzata, cominciò a manifestarsi un nuovo tipo di città che si caratterizzava molto più del modello ideale valido ovunque. Walter Jones propose «intrapolis», città formata da costruzioni a forma di imbuto. Paul Maymont abbandonò gli imbuti e costruì piramidi tronche: succede. Yona Friedman suggerisce di costruire una città speciale posta sopra una maglia di 20 metri di acciaio sulla vecchia città. Nicolas Schöffer disegna e descrive una città cibemetica, e Buckminster Fuller una città completamente climatizzata sotto una tenda di plastica.

Città sollevate dal suolo su pilastri giganteschi, città inclinate, città sotterranee, città galleggianti, città sottomarine, città lunari, città immateriali, trasparenti, diafane: quale sogno stravagante dimora in noi! Queste città che scompaiono nelle viscere della terra e che si illuminano con la luce del sole trasportata da «Lumiducs», sono quelle che Giulio Verne descrive nelle Indie Nere e Wells nella «Macchina del tempo». Queste città galleggianti non corrispondono al vecchio sogno utopico del battello come mondo conchiuso, come mondo perletto? La immaginazione dei futurologi ci invita al volo, all’awentura spaziale, all’epopea del Nautilus. Allo stesso modo la immaginazione tecnologica non è la manifestazione di una frustrazione dei cittadini che, nell’epoca dei viaggi interplanetari, della mondovisione e della cibemetica, si domandano come ancora le città rimangano immobili alle intemperie?

Però nello stesso tempo, l’immaginazione dei futurologl, riprodotta nei disegni vaporosi sulle riviste e sui periodici, è un conforto per i politici e i costruttori che si appagano con i modelli correnti. La disparità tra la utopia architettonica e la pratica costruttiva è tanto grande attualmente che si può dire coesistano due tipi di architetture: quella degli architetti che costruiscono e quella degli architetti che fantasticano.

L’utopia ha subito una metamorfosi in prospettiva. I modelli proposti sono in qualche maniera scenari futuribili. Manca unicamente il coordinatore che, dopo un sondaggio mondiale, dia alla luce una città ideale futura, prodotto di tutti questi scenari, prodotto delle nostre frustrazioni e dei nostri sogni. Ma una volta di più codificata, ridotta alla media, all’abitante tipo, al fruitore ideale.

Detto in altro modo, una città sicuramente perfetta, concepita per un uomo inesistente.




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25 agosto 2009

LA NOTTE DELLA TRANSUMANZA

 Per iniziativa dell’Amministrazione comunale, in collaborazione con il Dipartimento regionale all’agricoltura, l’Associazione Provinciale Allevatori, l’Apt, il Centro Ricerche e Nutrizione del Mediterraneo, si svolge a Rivello la “Notte Bianca della Transumanza” che si conclude all’alba di oggi con la classica spaghettata di buon mattino.

"Con questa iniziativa - spiega il sindaco Antonio Manfredelli - si intende combinare il momento della festa con le valenze territoriali e culturali locali, significativamente rappresentate dalle antiche usanze pastorali, proponendo Rivello quale luogo di incontro e di animazione artistica ed enogastronomica".

Filo conduttore della manifestazione è la razza podolica, che oltre alle testimonianze di allevatori, esperti ed autorità che parteciperanno ad un incontro sul tema, sarà possibile degustare durante la festa. Un intero vitello podolico, già dalle prime ore della giornata, è stato, infatti, posto ad arrostire a fuoco lento, secondo il metodo di preparazione argentino, “asado”.




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20 agosto 2009

SALVARE LE NIVIERE

 Quando non c’erano i frigoriferi la neve riposava nelle viscere della terra, veniva compattata sino a diventare ghiaccio e poi venduta in blocchi nel periodo estivo.

La Puglia «sitibonda» era costellata di niviere, così si chiamavano le fabbriche del gelo: nel solo territorio di Locorotondo in Valle D’Itria, grazie alle abbondanti nevicate invernali, nella prima metà dell’Ottocento ne funzionavano ben otto. Da qui il ghiaccio partiva per altre località della regione e alcuni documenti testimoniano che dalla sola «Niviera del barone», che rimane nella contrada Monte Guerra, venisse servita gran parte del Salento. Il ghiaccio partiva sui carri avvolto nella paglia, gli addetti alla niviera lo tagliavano in pezzi regolari del peso di circa quattro quintali e mezzo. 

Alla «Niviera del barone» ci accompagnano Enzo Cervellera e Alfredo Neglia che dall’infor mato mensile Bellavista hanno appena promosso una battaglia per salvarla dal degrado e, forse, dall’abbattimento.

Questo monumento di archeologia industriale dalla cuspide triangolare andrebbe valorizzato perchè non se la passa affatto bene, eppure è testimonianza preziosa della nostra civiltà contadina. All’interno c’è l’ampia voragine dove veniva conservata la neve. Sul fondo venivano collocati dei fasci di sarmenti per costituire una intercapedine tra il pavimento e la neve che veniva portata alla niviera, con vaiardi (una specie di portantina a quattro mani) o con i traini e poi sistemata in strati successivi sul graticcio di sarmenti e com-pressa da operai, i quali si servivano per la battitu-ra di pale dette mazzacche o maglioccole (n.d.r. come riferisce un prezioso saggio ottocentesco di Francesco Lemme). 

È in questo momento che la neve diveniva progressivamente ghiaccio e così rimaneva sino alla stagione estiva quando era utilizzata per usi alimentari, conservare i cibi, oppure diventare granatina o spumone! 

Ma la neve serviva anche per finalità mediche, disturbi gastrointestinali o far abbassare la febbre. Oggi le niviere sono state soppiantate dai comodi frigoriferi dei quali non potremmo fare a meno, ma essi fabbricano ghiaccio opaco, nulla a che vedere – riferiscono alcuni autori - con la brillantezza della «neve» di Locorotondo, «neve da bicchiere», come si diceva un tempo per indicarne la nettezza e genuinità. E riteniamo che anche le niviere insieme ai trulli e alle cummerse meritino un posto di rilievo nel costituendo ecomuseo della Valle d’Itria, che si possa costituire un itinerario di visita, fresco, corroborante ristoro nelle torride giornate estive. (La Gazzetta del Mezzogiorno)




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30 luglio 2009

ZETEMA E IL PARCO (ALTA)MURGIA

 Continua la politica delle alleanze da parte della Fondazione Zétema di Matera. Infatti martedì 28 luglio u.s., in Gravina in Puglia, si è tenuto un incontro di lavoro con le rappresentanze istituzionali e gestionali dell´Ente Parco Nazionale dell´Alta Murgia, finalizzato a individuare processi e rapporti di collaborazione fra le due istituzioni.

Si è convenuto che il programmato Distretto Culturale dell´Habitat Rupestre della Basilicata può rappresentare l´obbligato riferimento su cui innestare feconde alleanze e comuni iniziative.

Infatti il Parco dell´Alta Murgia affianca in parallelo, da Santeramo in Colle a Minervino Murge, l´itinerario Bradanico della cultura su cui è stato costruito il distretto culturale lucano.

Si è anche convenuto che l´opera di conservazione, di valorizzazione, di gestione e di manutenzione programmata attuata nel restauro e nella promozione della Cripta del Peccato Originale, possa rappresentare il protocollo specialistico utilizzabile negli interventi di salvaguardia del patrimonio rupestre ricadente nel parco.

L´obiettivo della intesa è però quello di allargare l´area territoriale del distretto lucano a quella omologa pugliese per tentare la costruzione di un distretto interregionale che copra sistematicamente le aree apulo-lucane interessate dal fenomeno diffuso degli insediamenti rupestri.

Si è anche preso atto dell´esistente protocollo d´intesa tra la Fondazione Zétema e la Fondazione Pomarici Santomasi che può rappresentare il primo concreto tassello di sinergia tra le due aree regionali, che potranno trovare un terreno comune nelle azioni di conservazione e valorizzazione di quella dotazione culturale particolare e unica rappresentata dal patrimonio rupestre.

Si è quindi deciso di formalizzare il quadro istituzionale di alleanza dopo il periodo feriale in una assise che sarà tenuta con ogni probabilità presso la sede del Parco Nazionale dell´Alta Murgia al fine iniziare concretamente la programmata intesa progettuale e gestionale.

Alla riunione istituzionale hanno partecipato il dott. Girolamo Pugliese e la prof.ssa Gabriella Fagioli, rispettivamente presidente e consigliere del Parco Nazionale dell´Alta Murgia, nonché il dott. Fabio Modesti, direttore dello stesso parco; la Fondazione Zétema era presente con il suo presidente, avv. Raffaello de Ruggieri, e per il mondo associazionistico la prof.ssa Marisa D´Agostino, presidente dell´Associazione Amici della Fondazione Pomarici Santomasi.




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23 luglio 2009

DIECI REGOLE PER IL PAESAGGIO

 Un grande piano di restauro e di manutenzione dell'ambiente e dei paesaggi italiani». Il rapporto che ogni anno la Società Geografica Italiana elabora sullo stato, appunto, dei paesaggi italiani, si condensa in un appello. Che ha i toni ultimativi.

Una specie di manifesto rivolto alle tante istituzioni, c'è chi dice troppe, che intrecciandosi fra loro e spesso confliggendo hanno in mano la cura di quello che Massimo Cuaini, geografo dell'Università di Genova e coordinatore del gruppo di lavoro che ha elaborato il rapporto del 2009, definisce «il nostro più grande patrimonio».

Le buone politiche riguardano intanto la conoscenza analitica dello stratificato mosaico di paesaggi di cui è ricca l'Italia, "area per area", insistono i geografi, "sito per sito". Il decalogo poi sottolinea che il paesaggio è "un bene comune"e che va considerato, e quindi tutelato, come "un complesso unitario", senza spezzettamenti tra enti pubblici, sovente contrapposti. Di qui si passa a imporre il paesaggio e la sua protezione come "un limite invalicabile" di ogni intervento sul territorio, sia esso un insediamento edilizio, sia essa un'infrastnittura.

La Società Geografica Italiana è un istituto culturale (è nata a Firenze nel 1867), ma sulla base di analisi, di riflessioni scientifiche, ogni anno rende pubbliche questioni scottanti. E chiama alla mobilitazione.

Nell'Italia di oggi, si legge nel rapporto 2009, «il disastro ai danni del paesaggio non sta tanto nello scandalo dei grandi abusi e nei mostri edilizi, quanto piuttosto nell'erosione continua, quotidiana, che si consuma sotto ai nostri occhi, e minaccia di cancellare del tutto il confine fra città e campagna». 11 disastro, poi, è ingrandito dal ritardo de) nostro Paese: «Confrontandoci per esempio con la Francia, ci è mancato il senso vivo e diffuso di un'identità rurale non meno forte dell'identità urbana, che concorre, a pieno titolo, alla costituzione dell'identità nazionale».

Fra i casi più eclatanti di avvelenamento da parte della città nei confronti della campagna, il Rapporto cita Malagrotta, vicino a Roma, e le aree appena esteme aNapoli e a Casetta, dove si sversano tonnellate di rifiuti. E invece proprio le aree periurbane vengono ritenute dalla Convenzione Europea del Paesaggio come le più delicate e quelle degne di maggior salvaguardia. Il Rapporto indica come esemplare il Parco Sud di Milano, minacciato da interventi speculativi, come una delle aree in cui si tenta «di bloccare l'informe espansione della città diffusa» e «di salvare e ricostituire in forme nuove il paesaggio agrario storico».
Uno dei punti deboli italiani, sottolinea il Rapporto, resta la conoscenza.

Per esempio si assiste a disinvolti balletti di cifre sul consumo di suolo. Mentre in altri paesi, come la Gran Bretagna, esistono sistemi di monitoraggio affidabili e costantemente aggiornati. in Italia si annaspa. Si passa da valutazioni allarmistiche (i 3 milioni di ettari persi dall'agricoltura in dieci anni vengono tout court assegnatial cemento) a cifre tranquillizzanti, però molto sospette (fondate sulla rilevazione satellitare, alla quale sfuggono le villette con un ettaro di giardino intorno).

per tutelare il paesaggio, sostengono i geografi, occorre prima sapere di cosa si parla. (La Repubblica)

DIECI




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