.
Annunci online

  robertocifarelli Le Radici nel Futuro
 
Ambiente, Economia & Società
 


Sono nato e vivo a Matera, classe (classe?) 1963, sono sposato, ho due figli.


18 gennaio 2010

DI MAREGGIATA IN AMAREGGIATA

 
E’ di nuovo emergenza per l’erosione e l’arretramento delle coste della Basilicata, soprattutto sul litorale dello Jonio. Le mareggiate che si sono abbattute violentemente sugli arenili hanno continuato a risucchiare i tratti di spiaggia sabbiosa. La forza dirompente delle mareggiate ha aggravato una situazione resa negli ultimi cinquant'anni più fragile per il mancato apporto di detriti dei fiumi, sbarrati da dighe ed invasi necessari all’approvvigionamento dell’acqua per i vari usi. 

L'anno scorso fu necessario in fretta e furia effettuare interventi di ripascimento del lido di Metaponto, una delle località balneari più importanti del turismo lucano, perchè il mare aveva ingoiato chilometri di sabbia. La stagione balneare iniziò così nel segno dell’incertezza. Quest’anno la calamità naturale si è ripetuta sulla costa di Scanzano Jonico. 

La Regione ha avviato delle attività di pianificazione degli interventi. Di concerto con l’Università della Basilicata si stanno studiando delle soluzioni che possano limitare l’onda d’urto delle mareggiate. La situazione è comunque complessa e la stessa Regione non nasconde che si tratta di una “situazione emergenziale”. 

Per gli interventi a lungo termine si è insediato un apposito Osservatorio regionale delle aree costiere che deve studiare quali sono le soluzioni migliori per frenare l’erosione costiera sia sullo Jonio che sul Tirreno e per questo la Basilicata intende interagire con le regioni con cui condivide in parte i litorali (Puglia per lo Jonio, Calabria e Campania per il Tirreno). 

LA REGIONE HA 63 CHILOMETRI DI COSTE, 25 SUL TIRRENO E 38 SULLO JONIO
Il litorale della Basilicata si estende per 63 chilometri ed è costituito dalla costa jonica (38 chilometri) e da quella tirrenica (25). Le due aree costiere sono soggette a dinamiche di trasformazione molto differenti. Sul Tirreno insiste solo Maratea (Potenza) con le sue 37 strutture ricettive mentre sulla costa jonica si affacciano Metaponto, Nova Siri, Pisticci, Policoro, Rotondella e Scanzano Jonico (Matera), dotate di un sistema ricettivo di 115 strutture. 

Da ricerche effettuate dal Gruppo nazionale per lo studio degli ambienti costieri risulta che circa il 75 per cento della costa jonica lucana è interessata da fenomeni erosivi in atto, con una situazione di rischio di erosione in genere molto elevato, soprattutto per l’effetto di esondazione dei corsi d’acqua, sempre più accentuati a partire dagli anni '60, che hanno portato alla scomparsa di ampi settori di spiaggia e di parte delle dune. Questi fenomeni hanno causato sia alterazioni degli ecosistemi che danni alle attività economiche ed agli insediamenti presenti nell’area. 

Altre cause dell’arretramento della linea di riva sono legate all’azione del mare oppure agli effetti indotti dall’uso del suolo e delle acque nei bacini idrografici dei corsi d’acqua con foce nel Mar Jonio. Infatti tra di esse è soprattutto il sostanziale decremento dell’apporto a mare di sedimenti ad opera dei corsi d’acqua lucani, bloccato in parte dall’imponente sistema di invasi e traverse realizzato a partire dagli anni '50 per garantire l’approvvigionamento idrico della Basilicata e della Puglia. Questo decremento da parte dei fiumi è stato indotto anche dal prelievo di sedimenti dalle fasce di pertinenza fluviale per la costruzione di importanti infrastrutture viarie ed idriche, dalle sistemazioni idraulico-forestali realizzate nei bacini idrografici per la difesa di centri abitati, infrastrutture e attivitè produttive, nonchè dalle innumerevoli situazioni di dissesto idrogeologico (frane ed alluvioni) che colpiscono l’intero territorio della Basilicata. 

ASSESSORE SANTOCHIRICO: NELL'IMMEDIATO AFFRONTARE SITUAZIONI PIU' URGENTI
Alle cause "storiche" dell’erosione si sono aggiunte pesantemente anche le contingenze. L’anno scorso toccò a Metaponto scontare la violenza delle mareggiate tanto che fu necessario il ripascimento, ovvero l’aggiunta di nuova sabbia per reintegrare quella risucchiate dalle onde. Nelle scorse settimane è stata colpita Scanzano Jonico, soprattutto in località Terzo Madonna, con danni alla pineta ed all’arenile. 

Immediata è stata la preoccupazione degli operatori turistici che temono un inizio a singhiozzo della stagione balneare così come è avvenuto l’anno scorso a Metaponto. La Regione, chiamata in causa dall’opposizione in Consiglio regionale a dare risposte immediate, ha già annunciato le misure che si stanno intraprendendo. 

“Nell’immediato occorre affrontare le situazioni più urgenti - afferma all’ADNKRONOS il vice presidente ed assessore all’Ambiente Vincenzo Santochirico -. E’ in corso un rapporto con l’Università per lo studio e l’individuazione delle misure maggiormente idonee. Gli uffici stanno predisponendo dei progetti da porre all’attenzione del Dipartimento delle infrastrutture e da finanziare. L’obiettivo è di rendere meno dirompente e meno invasiva l’azione delle mareggiate sulla costa. Ci sono diverse soluzioni tra cui quelle che si possono adottare anche in mare”. 

Infatti, a differenza del ripascimento, che è una soluzione tampone perchè riguarda solo il reintegro dell’apporto di sabbia, esistono nella pratica di contrasto all’erosione anche rimedi strutturali che proteggono la costa dal mare stessp. Su questo ci sono differenti scuole di pensiero in Italia e nel mondo. Si può ricorrere a soluzioni di tipo naturale, come la realizzazione di una scogliera di massi, oppure ricorrere alla tecnica, come i "pennelli soffolti", vale a dire barriere di sabbia o tubi elastici posati sul fondo del mare che riducono l’azione delle correnti sull’arenile. 

“Che sia una situazione critica quella delle nostre coste è sotto gli occhi di tutti - aggiunge Santochirico -. La Regione è comunque impegnata perchè si è dotata di una legge regionale di difesa delle coste. Con queste norme abbiamo insediato un Osservatorio delle coste che ha sia il compito di monitorare, sia il compito di pianificare interventi a lungo termine”.




permalink | inviato da robertocifarelli il 18/1/2010 alle 2:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 gennaio 2010

CERVELLI IN FUGA

 L'esodo dal Mezzogiorno non si ferma, ma a cercare fortuna nelle regioni del centro nord non sono più ex braccianti e operai disoccupati, ma migliaia di giovani con un titolo di studio qualificato: tra il 2000 e il 2005, in particolare, oltre 80mila laureati (l'1,2% dei residenti con tale titolo di studio) hanno abbandonato le regioni del Sud per emigrare in cerca di un'opportunità lavorativa.

Il dato è contenuto in una ricerca sulla mobilità del lavoro realizzata da due economisti della Banca d'Italia (Sauro Mocetti e Carmine Porello). Lo studio dimostra che "il mezzogiorno diventa sempre meno capace di trattenere il proprio capitale umano, impoverendosi della dotazione di uno dei fattori chiave per la crescita socio-economica regionale". L'emigrazione dei "cervelli", rilevano i due economisti, può comportare "un impoverimento di capitale umano che, a sua volta, potrebbe riflettersi nella persistenza dei differenziali territoriali in termini di produttività, competitività e, in ultima analisi, di crescita economica". In un simile contesto, a parere dei due economisti, l'intervento dello Stato deve essere mirato ad eliminare le cause che ostacolano, in termini quantitativi e qualitativi, la crescita economica nel Mezzogiorno.

Nel 2005, spiega la ricerca di Bankitalia, i trasferimenti di residenza tra comuni italiani sono stati oltre un milione e 300mila, il valore più elevato degli ultimi 15 anni. Le iscrizioni anagrafiche nel centro-nord sono aumentate in tutto questo periodo, mentre sono diminuite nel mezzogiorno. Al sud, in particolare, "è diminuita la già modesta mobilità di breve raggio, mentre rimane consistente il flusso migratorio unidirezionale verso le regioni più sviluppate del paese".

In un arco di tempo più ampio - tra il 1990 e il 2005 - quasi due milioni di persone sono emigrate verso il centro-nord e l'emigrazione dal Sud (isole incluse) "ha ripreso vigore nella seconda metà degli anni Novanta, interrompendo un trend decrescente che durava dai primi anni Settanta; all'inizio del decennio in corso il deflusso si è nuovamente attenuato".

Negli ultimi anni, inoltre, è aumentato anche il cosiddetto "pendolarismo di lungo raggio", fenomeno che riguarda coloro che, pur mantenendo la residenza d'origine, vanno a lavorare in una località molto lontana dal proprio Comune nel quale riescono a tornare raramente nel corso dell'anno. Un dato del 2007 rivekla, ad esempio, che al centro-nord lavoravano stabilmente circa 140mila persone residenti nel Mezzogiorno (pari al 2,3% degli occupati dell'area); spesso, secondo la ricerca, si tratta di giovani che non hanno ancora raggiunto la stabilità dal punto di vista familiare e occupazionale.

Quante alle cause, l'emigrazione dal Sud continua ad essere alimentata dalle maggiori opportunità di lavoro esistenti nel Centro-Nord e dunque dalla persistenza, nel Mezzogiorno, di un disagio storico legato alla mancanza del lavoro ed al ritardo di sviluppo e crescita economica. Secondo lo studio di Bankitalia, all'inizio degli anni Duemila a rallentare i flussi migratori dal Sud contribuì il forte aumento dei prezzi delle case al centro-Nord. Ma anche il cambiamento del mercato del lavoro con il boom del precariato che certo non incentivava le persone, soprattutto i giovani, a spostare la residenza per seguire un lavoro a termine.

Infine, conclude lo studio, anche la crescita dell'immigrazione straniera ha contribuito a modificare le scelte migratorie degli italiani, favorendo "l'afflusso dei nativi laureati" e frenando "quello dei meno scolarizzati". In particolare, la concentrazione degli stranieri nel Centro-Nord avrebbe incontrato una domanda di lavoro che in passato veniva soddisfatta dai lavoratori del mezzogiorno".




permalink | inviato da robertocifarelli il 13/1/2010 alle 0:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 gennaio 2010

STATE CALMI

 “Le mareggiate e l’erosione stanno consumando sempre più velocemente le spiagge della nostra regione. Ad un’emergenza ambientale che arreca danni ingenti ai sistemi naturali, ai beni storici e culturali, alle abitazioni e alle attività economiche, la Regione ha dato una risposta concreta, approvando, l’11 novembre scorso, all’unanimità del Consiglio regionale, il disegno di legge in materia di difesa della costa”. Lo afferma il vice presidente della Giunta regionale, Vincenzo Santochirico, il relazione all’interrogazione annunciata dal consigliere regionale Pasquale Di Lorenzo, riguardante le mareggiate lungo il litorale di Scanzano Jonico.

Si è già insediato l’Osservatorio regionale delle aree costiere, per il monitoraggio e lo studio delle cause dei processi erosivi. L’Osservatorio provvederà anche ad organizzare e gestire il Sistema informativo regionale della costa (Sit Costa).

La gestione integrata delle aree costiere jonica e tirrenica sarà attuata mediante il Piano regionale delle coste della Basilicata, che costituisce lo strumento mediante il quale sono programmati gli interventi diretti alla difesa, tutela e valorizzazione delle aree costiere. Sulla base di quanto previsto dalla legge, in attesa della predisposizione del Piano, è in corso di affidamento da parte dei Dipartimenti Ambiente e Infrastrutture al Dipartimento di Ingegneria e Fisica dell’Ambiente (Difa) dell’Università della Basilicata, la progettazione degli interventi urgenti per la difesa e la messa in sicurezza delle aree costiere. Il progetto del Difa potrà costituire un programma pilota delle più idonee soluzioni tecniche per la redazione del Piano integrato. La progettazione di altri interventi urgenti è già stata avviata dall'Ufficio Infrastrutture della Regione.

“Rispetto al problema della protezione delle coste, che ormai ha ormai assunto carattere emergenziale e di forte rilevanza sociale – afferma il vice presidente Santochirico – la Regione sta dando una risposta organica, capace di integrare la programmazione dello sviluppo economico, la pianificazione del territorio e delle risorse con la tutela e la salvaguardia degli ecosistemi naturali. Quest’attività di pianificazione richiede una partecipazione attiva dei vari soggetti interessati, attori istituzionali, economici, sociali, cittadini”.




permalink | inviato da robertocifarelli il 12/1/2010 alle 13:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 dicembre 2009

LUCA RICOLFI

 
 
Nessuno sa se la crisi è davvero finita, né quando l’economia mondiale tornerà a correre, né se capiterà ancora di sperimentare lunghi periodi di crescita. Quel che invece si può già tentare è un primo bilancio della crisi in Italia, a oltre due anni dal suo inizio oltreoceano, quando scoppiò la bolla dei mutui immobiliari americani (agosto 2007).
Sull’impatto della crisi circola da tempo una diagnosi - accreditata da diverse e autorevoli istituzioni, dalla Chiesa alla Banca d’Italia - secondo cui la crisi avrebbe colpito soprattutto i deboli. Ma è davvero così?

Molti elementi fanno pensare il contrario. Il primo impatto della crisi, si ricorderà, fu di tipo finanziario, con il crollo dei titoli azionari: questo meccanismo colpì innanzitutto i ceti superiori, ben più esposti a questo genere di rischi di quanto lo siano i piccoli e medi risparmiatori. Poi, poco per volta, la crisi si estese all’economia reale, in alcuni casi distruggendo posti di lavoro, in altri casi congelandoli attraverso la messa in cassa integrazione di operai e impiegati. Ma quali furono i gruppi sociali maggiormente colpiti? I cittadini del Mezzogiorno o quelli del Nord? I lavoratori dipendenti o quelli indipendenti? Gli stranieri o gli italiani?

Qui i dati riservano diverse sorprese. Secondo la serie storica dell’Isae le famiglie in difficoltà, quelle che «non arrivano a fine mese», sono da sempre più numerose al Sud che nel Nord, ma durante la crisi sono aumentate più al Nord che al Sud, con conseguente riduzione del divario. La crisi sembra dunque aver ridotto le diseguaglianze territoriali, probabilmente anche grazie alla social card, il cui meccanismo di accesso non tiene conto del costo della vita, molto minore nelle regioni meridionali: e infatti il Sud, con il 45% dei poveri, ha ottenuto il 70% delle social card.

Ancora più sorprendenti i dati dell’occupazione. In due anni, ossia fra l’estate del 2007 e quella del 2009, l’occupazione totale è diminuita di 407 mila unità, ma le vittime di questo calo non sono stati i gruppi sociali considerati più deboli, bensì quelli più forti.
Per operai e impiegati i nuovi posti di lavoro hanno sostanzialmente eguagliato i posti di lavoro perduti (il saldo è negativo per sole 5 mila unità). Per i lavoratori indipendenti, invece, le chiusure di attività hanno largamente superato le aperture, con un saldo negativo di 402 mila unità. Una parte di queste chiusure è costituita da contratti di lavoro parasubordinato non rinnovati, ma la parte preponderante è dovuta alle difficoltà finanziarie delle partite Iva, strangolate dalle restrizioni creditizie e dai ritardi nei pagamenti, a partire da quelli della Pubblica amministrazione.

Quanto alla nazionalità dei lavoratori coinvolti nella crisi, i dati Istat ci riservano l’ultima sorpresa: gli oltre 400 mila posti di lavoro perduti sono il saldo fra un crollo per gli italiani (quasi 800 mila posti di lavoro in meno) e un sensibile aumento per gli stranieri regolari (quasi 400 mila posti di lavoro in più). Insomma, comunque lo si rigiri, il prisma della crisi mostra invariabilmente la debolezza dei gruppi sociali forti: i ricchi possessori di attività finanziarie, il Nord, le partite Iva, gli italiani se la sono cavata peggio dei piccoli risparmiatori, del Sud, dei lavoratori dipendenti, degli stranieri. A due anni della crisi siamo mediamente più poveri, ma c’è meno disuguaglianza. Un esito che contrasta con la retorica della crisi («la crisi colpisce soprattutto i deboli»), ma non con ciò che si sa del funzionamento dei sistemi sociali di mercato, in cui è del tutto normale che la crescita amplifichi gli squilibri e la crisi li attenui.

Quello che invece non è scontato, e merita forse una riflessione, è la divaricazione fra i destini degli italiani e quelli degli stranieri. Perché la crisi colpisce di più gli italiani?
Le ragioni possono essere tante, ma quella di fondo mi sembra questa: il nostro sistema economico riesce a creare quasi esclusivamente posti di lavoro poco appetibili, che gli italiani rifiutano e gli stranieri accettano. E tuttavia, attenzione, questo non avviene perché gli italiani siano troppo istruiti bensì, semmai, per la ragione opposta. La nostra forza lavoro ha un livello medio di preparazione bassissimo: abbiamo la metà dei laureati rispetto agli altri Paesi sviluppati, e i nostri studenti medi fanno una pessima figura nei confronti internazionali (vedi i risultati dei test Pisa). Se i nuovi posti di lavoro creati fossero davvero di qualità, probabilmente mancherebbero tecnici, ingegneri, bravi insegnanti, e così via. E infatti i nuovi posti sono spesso di livello modesto, e finiscono per essere accettati soltanto dagli stranieri. Non per la ragione che molti immaginano, però, ossia a causa della bassa qualificazione degli stranieri. Il livello di istruzione degli stranieri è analogo a quello degli italiani (10,2 anni di studio contro 10,9). La differenza è che «loro» vivono in un altro tempo, che noi abbiamo dimenticato. Un tempo in cui l’importante era avere un lavoro, non importa quanto adeguato alla nostra immagine di noi stessi, un tempo in cui fare sacrifici era normale, un tempo in cui il benessere non era considerato un diritto.

In questo senso gli stranieri, con i loro 400 mila nuovi posti di lavoro conquistati nel bel mezzo della crisi, ci stanno impartendo una meritata lezione. Una lezione su cui, a conclusione di questo drammatico 2009, varrebbe forse la pena riflettere.




permalink | inviato da robertocifarelli il 27/12/2009 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 dicembre 2009

DELUSIONE COPENAGHEN

 Usa, Cina, India e Sudafrica hanno trovato un accordo a Copenaghen. «Un accordo significativo e senza precedenti». L'enfasi nell'annuncio viene smontata dallo stesso Barack Obama, che in una manciata di ore ha lavorato per dare un'immagine operativa nella babele di bozze e controbozze che circolavano all'interno delle lobby internazionali. "C'è ancora molto da fare", ha detto il presdiente statunitense commentando l'intesa raggiunta: gli impegni di riduzione di C02 dei paesi industrializzati non saranno quantificati nell'accordo e l'intesa raggiunta - rilevano fonti - prevede un rinvio di questo nodo negoziale al gennaio 2010".

L'accordo. Prevede di limitare il riscaldamento globale a due gradi centigradi. Ma lo snodo più importante è che i controlli sulle emissioni dei gas serra sarà lasciato alle singole nazioni, vanificando la trasparenza dei controlli, necessaria per monitorare gli impegni che vengono presi. La Cina, soprattutto, aveva espresso parere contrario all’idea di sottoporsi a un sistema di verifica internazionale per il monotoraggio delle misure di riduzione delle emissioni di gas serra, e aveva bloccato per ore il negoziato. Nell’ultima bozza i Paesi in via di sviluppo dovranno dare conto alle Nazioni unite a scadenza beinnale dei risultati raggiunti, mentre il controllo sovranazionale sarà obbligatorio nel solo caso in cui vi siano Paesi che abbiano ricevuto finanziamenti internazionali dedicati. Il punto in questione è di particolare rilevanza, perché le riduzioni di emissioni dei Paesi sviluppati (tranne gli Usa) che partecipano al Protocollo di Kyoto sono controllate a livello internazionale, con pesanti sanzioni per chi non rispetta gli obiettivi. Secondo la sintesi effettuata dal presidente francese Sarkozy, "l'accordo sarà sottoscritto da tutti i 120 leader ma non è perfetto. Tutti i Paesi industrializzati, compresa la Cina, dovranno definire entro gennaio 2010 piani scritti per tagliare le emissioni di CO2 (anidride carbonica) e i Paesi più sviluppati forniranno 100 miliardi di dollari in aiuti a quelli in via di sviluppo entro il 2020". 

Delusione. Appena avuta la notizia delle linee di massima dell'accordo c'è stata delusione e scetticismo nelle associazioni e realtà ambientaliste presenti al Cop15. Greenpeace, atrraverso le parole del suo direttore britannico è lapidaria: "Tutto ciò dimostra chiaramente come la lotta contro il cambiamento climatico richieda un modello politico radiclamente differente da quello che abbiamo conosciuto qui a Copenaghen". Il quesito su quanto questa governance mondiale sia rappresentativa nella salvaguardia del pianeta, con una modalità di accordo di questo tipo, rimane non un caso aperto, ma ormai conclamato nel sancire l'inutilità di vecchi meccanismi. Lo schema della trattativa che porta a sistemi nazionali di verifica, la mancanza di una convergenza su politiche incisive contro il surriscaldamento globale, la repressione continua delle manifestazioni di dissenso che si sono alternate fuori dai lavori ripropongono con prepotenza lo scetticismo dimostrato non solo dalle organizzazioni ambientaliste, ma anche dalle cancellerie di diversi paesi che hanno denunciato con forza un metodo che ha riproposto il sacrificio della collegialità della discussione per i voleri dei soliti, potenti, pochi.




permalink | inviato da robertocifarelli il 20/12/2009 alle 9:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 dicembre 2009

1949 LE LOTTE CONTADINE/3

 Pubblico le riflessioni inviate dall’on. Pietro Ingrao in occasione del 60mo dell’occupazione delle terre

 
“Forse è utile ricordare, innanzitutto, quale era il contesto ed il tempo della politica nazionale entro cui si produssero le tragiche vicende di Montescaglioso. Era trascorso poco più di un anno dalle elezioni del 1948. Ricordo la fiducia, persine la baldanza con cui noi- comunisti e socialisti- eravamo andati a quella prova. E invece era venuto il trionfo del blocco clericale, sorretto prima di tutto da Papa Pacelli lanciato in una furente campagna anticomunista che aveva coinvolto chiese, conventi, congregazioni, con toni apocalittici e richiami durissimi all’obbedienza religiosa.

Fu per noi "rossi" la sconfitta secca e il tempo di una amara riflessione, e anche il sorgere delle prime dure divergenze fra comunisti e socialisti. E tuttavia fu anche il tempo in cui emerse, persino con nostra sorpresa, la straordinaria novità delle insurrezioni popolari nei latifondi del Sud: terre marchiate dai feudi nobiliari e da una desolata miseria, che segnava soprattutto le masse contadine. La dura fame del latifondo...

Ecco fu proprio in quelle terre
tormentate che sul finire degli anni Quaranta si compì una nuova seminagione "rossa": penso ad esempio al contributo ardito di una figura come Adele Bei, o a quel ceppo comunista che agiva da Napoli guidato da Giorgio Amendola e Mario Alicata e alla difficile lotta di Li Causi in Sicilia contro la mafia risorta. E si compì allora un incontro fra brani del pensiero meridionale di antico respiro (penso a Salvemini) con una soggettività comunista ormai radicata in Italia e fortemente attiva anche in quel Sud contadino, su cui sfruttatori antichi e nuovi pretendevano di esercitare il proprio dominio parassitario.

In quell'incontro noi
comunisti riscoprimmo la freschezza e l'attualità di quel breve e giovanile scritto di Gramsci della metà degli anni Venti: "Alcuni temi sulla questione meridionale", ove per la prima volta il grave tema del Sud veniva affrontato come essenziale aspetto del conflitto di classe a segnare il modello di sviluppo dello Stato italiano fin dai suoi albori.
Era una lettura in cui emergevano le responsabilità della borghesia italiana e le sue connivenze con il parassitario ceto dell'agraria meridionale e l'importanza di un incontro tra le masse contadine che reclamavano terra e le battaglie del proletariato urbano che riaccendevano le fabbriche del Nord.

Il primo moto popolare scattò in Puglia a Torremaggiore: e subito la polizia di Scelba fece tre morti. Poi la ribellione contadina dilagò in Lucania. Masse di popoli invasero i feudi rivendicando la terra. E. in quel rivolgimento lucano, dal mio posto romano di giornalista militante, vedevo emergere sulla scena due protagonisti nuovi ed antichi allo stesso tempo: i contadini e le donne. Due insorgenze che da quella terra lucana si dilatavano nel molteplice Sud: in Puglia, in Calabria fino alla punta estrema della Sicilia.
Penso a quelle donne del Mezzogiorno che spalancavano le porte di casa, si gettavano alla semina nei campi trascinando per mano anche i fanciulli. Donne che sfidavano orgogliosamente le manette e la morte. Presto una di loro, Angelina Mauro sarebbe divenuta un alto simbolo”.




permalink | inviato da robertocifarelli il 19/12/2009 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     dicembre       
 

 rubriche

Diario
Rifiuti
Persone
Politica
Energia
Biodiversità
Mobilità
Parcomurgia
Aree protette
Ambiente, Economia & Società
Materambiente
Cultura & Beni culturali

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Ente Parco Murgia Materana
Parks.it
Fondo per l' Ambiente Italiano
Italia Nostra
Legambiente
Movimento Azzurro
WWF Italia
La Nuova Ecologia
Regione Basilicata
FIRMA L'APPELLO DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom