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  robertocifarelli Le Radici nel Futuro
 
Energia
 


Sono nato e vivo a Matera, classe (classe?) 1963, sono sposato, ho due figli.


17 gennaio 2010

NO TRIVELLE NELLO JONIO

 Come una continua presa in giro ai danni delle popolazioni lucane, ma anche pugliesi e calabresi fioccano le domande di trivellazione nel mar Jonio.  Nel 2008 in pieno novembre ci fu una mobilitazione tra associazioni e operatori turistici, coinvolgendo anche i sindaci del Metapontino affinché la Consul Service non trivellasse tra Nova siri e Metaponto. Allora la Valutazione d'impatto ambientale fu ritirata per carenza di documentazione proprio quando stava per ultimare il periodo delle osservazioni da parte di enti e istituzioni (molto probabilmente se nessuno si sarebbe lamentato tutto, passava  inosservato, e le società avrebbero perforato i fondali del mar Jonio senza spendere altri soldi in studi e ricerche). Nel 2009 ai primi dell'anno sulla stessa concessione la Dr 148 scompare la Consul Service e al suo posto si fa avanti l'Appenine Energy. In piena estate ci fu una nuova mobilitazione, e questa volta accanto alle associazioni, agli operatori turistici ci sono anche i consor
zi agricoli ed economici del Metapontino. La Regione, con l'assessore Santochirico, preoccupata dalle istanze dei cittadini che ormai non vedono di buon occhio le trivellazioni e le ricerche petrolifere in Basilicata, corre ai ripari e assicura (riscuotendo il plauso di alcune istituzioni) che il Ministero non permetterà all'Appenine Energy di trivellare nel nostro mare. Era palese che l'intervento sia servito per calmare gli animi e per continuare indisturbati le trivellazioni sulla terraferma regionale, viste le successive trivellazioni concesse a Policoro, vicino l'ospedale di Villa d'Agri, e altre richieste oggetto di valutazione nei pressi del bacino idropotabile del Pertusillo (le trivelle sono incompatibili  con i bacini delle acque lucane) e nell'area dei calanchi.

Infatti, ancora oggi osserviamo, nonostante il fermo imposto all'Appennine Energy, che la concessione Dr 148 non è stata ritirata dal Ministero dello sviluppo economico né sparisce dal sito Unmig dello stesso ministero. Tanto è che, appena a due mesi dall'annuncio di Santochirico contro le trivelle nel Mar Jonio, appare d'incanto una nuova richiesta al Ministero di perforazione nel mare Jonio lucano. La nuova area è spostata non di molto rispetto alla Dr 148, e ha un nuovo nome, D68, e nuova società richiedente. Anzi, sono due:

La TRANSUNIONPETROLEUM  ITALIA e la NORTHERN PETROLEUM  con richiesta  D 75 (fonte sito unmig)

La nuova concessione in linea  d'acqua parte da Scanzano Jonico e arriva a Roseto Capospulico, con le acque di Policoro, Rotondella e Nova siri che costituiscono il cuore dell'area interessata alle ricerche. Le richieste di concessione però non finiscono qui, ma interessano tutta la costa calabra, oltre l'area tarantina, passando da Crotone, dove le trivelle poco distanti dalla battigia sono già attive, fino al golfo  di Policastro trasformando il mare in tanti appezzamenti d'acqua da trivellare.

In Norvegia le piattaforme in mare non le realizzano sotto gli 80 Km dalla costa, dalle aree joniche oggetto di  richiesta , non ci sembra proprio che siamo negli stessi parametri.

La questione ormai non è solo locale, ma interessa tre regioni del sud (la puglia è interessata anche sul lato Adriatico), che vivono di agricoltura e turismo. Il governo e la politica prima di fare scelte scellerate nei confronti di un ambiente e di un territorio dovrebbero informare le popolazioni e condividere le eventuali scelte. Senza dimenticare che l'energia fossile non rappresenta più il futuro economico, ma il passato e che meglio sarebbe per governi regionali e nazionali, avviare una sana e vera politica energetica eco-compatibile, capace di rendere autonome le famiglie, le imprese e le aziende agricole dai costi, dalle pressioni e dagli inquinamenti del ciclo degli idrocarburi. Il cui ritorno in termini di royalty per le popolazioni locali si trasforma nel solito piatto di lenticchie (dal 4,7,10% circa sull'estratto  ). Sempre in Norvegia, al territorio viene lasciato l'80 per cento del valore dei barili estratti, tanto da poterlo definire "petrolio consortile e comunitari
o".

In Italia e in Basilicata, invece, i comportamenti degli amministratori, il silenzio dei parlamentari e delle forze politiche su questioni di vitale importanza per il futuro del territorio, non fanno altro che peggiorare il rapporto tra politica, istituzioni e cittadini. I quali continueranno a mobilitarsi per far  rispettare i propri diritti. Proprio com'è accaduto ultimamente a Policoro (cittadina Jonica) dove l'assessore Santochirico, non solo ha autorizzato nel pieno delle vacanze un pozzo di gas, ma ancora non ha dato risposte concrete ai cittadini che sono scesi in piazza e al consiglio  comunale in merito al pozzo autorizzato.




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25 novembre 2009

GSE

 Che l’Italia non si distingua fra i Paesi europei come pioniera nelle attività di sviluppo sostenibile è cosa risaputa. A testimoniarlo è il forte ritardo rispetto agli obiettivi comunitari che per il 2010 obbligherebbero ad avere una produzione lorda di energia da fonti rinnovabili pari al 22% del totale.

Stando ai dati del GSE recentemente pubblicati e relativi alla quota dello scorso anno, la percentuale nazionale si attesterebbe al 16,5%, ovvero distante ben cinque punti e mezzo dal minimo richiesto. Per dare un quadro migliore della situazione è utile conoscere come attualmente si stanno comportando le Regioni nostrane per capire chi più e chi meno sta spingendo sull’acceleratore in questo senso.

La classifica regionale vede in testa la Lombardia con il 20,4% della produzione italiana, seguita a Trentino con il 16,1%, Toscana (11%) e Piemonte (10,5%). Totalmente deficitaria la situazione al sud dove, eccezion fatta per la Puglia con il 4%, sono tutti ben sotto i tre punti percentuale. Stupiscono le posizioni di Lazio ed Emilia Romagna desolatamente in basso alla classifica.




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20 ottobre 2009

PANNELLI E SUPERBATTERIE

 Pannelli solari in orbita. Biocarburanti estratti dalle alghe marine. Batterie per auto elettriche con autonomia di 600 km, e capaci di immagazzinare a lungo anche l'energia del vento. CO2 trasformato in metallo per essere catturato e sepolto nelle centrali a carbone. Sono "le cinque tecnologie che cambieranno tutto". Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal queste innovazioni segneranno il nostro futuro. Salveranno il pianeta dal cambiamento climatico; ridurranno l'inquinamento; saranno il motore di un ciclo di sviluppo economico sostenibile, generando milioni di posti di lavoro nelle attività "verdi".

Ci sono delle condizioni, però. Nessuna di queste tecnologie oggi è disponibile a prezzi competitivi con le vecchie forme di consumo energetico. Perché vincano la corsa contro il tempo dovranno ricevere sostegno dai governi e dal settore privato. Ma non è una scommessa impossibile. In molti paesi la ricerca scientifica e la sperimentazione sono ormai a un passo dal traguardo.

"La fine della nostra dipendenza dai carburanti fossili - annuncia il rapporto speciale del Wall Street Journal - può essere ormai questione di qualche decennio. Queste cinque tecnologie, se hanno successo, cambieranno lo scenario energetico mondiale". La prima di queste soluzioni realizzerà un sogno che gli scienziati accarezzano già da trent'anni: sfruttare l'energia solare laddove essa è molto più abbondante, perché non è "schermata" dall'atmosfera terrestre.

La soluzione? Mettere in orbita geostazionaria - a circa 30.000 km di altitudine - dei satelliti trasformati in centrali solari. I loro pannelli fotovoltaici trasformeranno la luce in elettricità. Poi li trasmetteranno sulla terra sotto forma di onde di energia, non molto dissimili dal principio usato nei forni a micro-onde, senza pericoli per la sicurezza e la salute. Il costo maggiore è la messa in orbita di queste centrali solari, ma si sta riducendo rapidamente. In una mezza dozzina di paesi - conclude l'inchiesta - governi e imprese private sono alleati in questa nuova corsa alla conquista dello spazio, e le prime centrali in orbita saranno operative entro un decennio.

Al secondo posto viene il problema del trasporto privato, che insieme con le centrali elettriche è una delle principali fonti di CO2 del pianeta. L'auto elettrica fa progressi veloci, ma continua a scontrarsi con l'alto costo e la scarsa autonomia delle batterie. La soluzione: una nuova generazione di batterie dette "al litio-aria" con un'efficienza dieci volte superiore a quelle attuali.

Sempre per le automobili, occorre trovare un'alternativa ai biocarburanti attuali: questi rubano terre coltivabili ai raccolti per usi alimentari, creano inflazione nelle derrate agricole, spesso inquinano quanto il petrolio. La riposta è nelle alghe: la loro produttività per i biocarburanti è 15 volte superiore alle benzine verdi estratte dai cereali. Gli Stati Uniti possono produrre abbastanza alghe marine da soddisfare solo con queste tutto il fabbisogno di carburanti per auto.

Per le energie rinnovabili come eolico e solare il limite finora è l'impossibilità di conservare la corrente prodotta: quella che non si consuma subito viene perduta. Ma anche qui il balzo tecnologico è imminente: grazie a batterie al litio che potranno immagazzinare l'energia dai pannelli fotovoltaici e dal vento. Orizzonte 2020 per il "carbone pulito": qui la soluzione è già stata sperimentata in impianti di piccole dimensioni, che catturano e sotterrano CO2.




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15 ottobre 2009

CENTRALE A BIOMASSE A TRICARICO?

 Il consigliere regionale del Pd, Adeltina Salierno, in un'interrogazione rivolta agli assessori all’Ambiente, Vincenzo Santochirico, e alle Attività Produttive, Gennaro Straziuso, in merito al progetto di Centrale a biomasse prevista a Tricarico, ha chiesto di sapere “da ciascuno in base alle proprie competenze e deleghe amministrative, lo stato di acquisizione dei pareri previsti per la realizzazione del progetto; l’eventuale inclusione della progettata centrale a biomasse di Tricarico nel nuovo Piear; se non ritengano opportuno convocare, insieme con l’Amministrazione comunale, una Conferenza di Servizi, aperta ai cittadini, nella quale fare il punto del progetto e fornire alla comunità tricaricese informazioni e comunicazioni puntuali ed esaurienti”.

In premessa Salierno sottolinea che “è da tempo in fase di definizione un progetto per la realizzazione, a Tricarico, in contrada Acqua Frisciana, ad una dozzina di chilometri dal centro abitato, di una centrale di produzione energetica alimentata a biomasse legnose. A Tricarico - continua il consigliere del Pd - è stato costituito un Comitato popolare contrario al progetto sostenendone la incompatibilità con attività agricole e produttive dell’area e rilevando la carenza di informazione sulle caratteristiche dell’impianto che dovrebbe produrre circa 14 MW, mentre perplessità e giudizi negativi sono diffusi anche tra organizzazioni ambientaliste e di volontariato sociale di Tricarico e della zona”.

Salierno, infine, evidenzia che “da tempo la Giunta regionale è al lavoro, in sintonia con la Sel (Società Energetica Lucana), per l’aggiornamento del Piear (Piano indirizzo energetico ambientale regionale) che dovrà programmare la produzione energetica per i prossimi anni di tutte le fonti di approvvigionamento e, nel caso specifico, la realizzazione di centrali per evitare la costruzione di impianti “a macchia di leopardo” sul territorio regionale e, comunque, senza rispondere ad una serie di criteri oggettivi”.




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28 settembre 2009

NO ALLA 99/09

   L'Associazione No Scorie di Scanzano si è espressa a favore dell'intenzione della Regione Basilicata di opporsi alla oramai famigerata (per noi) legge 99.

"L’approvazione da parte del Consiglio Regionale della Basilicata della delibera di impugnativa della legge 99/09, che dovrebbe riaprire le ipotesi della generazione nucleare, è un atto utile e condivisibile.

Grazie a tale impugnativa, la Regione Basilicata rappresentata dal Presidente Vito De Filippo, ha dimostrato la chiara volontà di voler mantenere il rispetto dei principi costituzionali affinché siano garantiti i ruoli delle istituzioni, preferendo allo stesso tempo uno sviluppo energetico diverso da quello elettronucleare.

Per questo, nell’apprezzare ancora l’operato, chiediamo un piccolo sforzo a tutti i consiglieri regionali al fine di rendere operativo il Piano Energetico nel più breve tempo possibile, per dire non solo No al nucleare ma Si alle nuove tecnologie pulite e al risparmio energetico, seguendo le buone pratiche della Germania e della Spagna, in cui gli impianti nucleari sono in fase di chiusura."




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18 settembre 2009

ENERGIA NUCLEARE, FANTASIE E REALTA'

 Il mio amico Cosimo Gaudiano mi chiede di condividere e pubblicare il post scritto sul blog di Mario Agostinelli, presidente del gruppo consiliare "Sinistra per unaltralombardia". Lo faccio con grande piacere.

"Il 15 agosto 2009, con l’entrata in vigore della legge manovra n.99/2009, è ricominciata l’avventura atomica italiana.
Dopo 22 anni dai referendum che di fatto resero impossibile realizzare centrali nucleari nel nostro paese, sarà dunque nuovamente possibile farlo. E’ opinione comune che l’uscita dell’Italia dal nucleare sia stata a suo tempo determinata dall’emotività scatenata dall’incidente di Cernobyl.

Di certo l’attuale rientro del nostro paese nel nucleare appare una scelta ideologica e giustificata con affermazioni fasulle.

Governo e Confindustria fanno propaganda sostenendo che il nucleare risolverà tutti i nostri problemi:

  • ridurrà il costo della bolletta elettrica,
  • ridurrà la dipendenza dall’estero per i combustibili fossili,
  • risolverà il problema del cambiamento climatico e
  • risolleverà la nostra economia scatenando, per usare le parole di Fulvio Conti, a.d. di Enel, “un rinascimento industriale”.

Ma stanno davvero così le cose?

Costi

Ovunque si ripete in maniera ossessiva che in Italia l’energia costa cara (si dice il 30% in più che all’estero) facendo pensare al normale cittadino che la sua bolletta della luce si abbasserà grazie al ritorno al nucleare. In realtà l’energia elettrica per i consumi medio-bassi (fascia in cui rientra la maggior parte delle famiglie italiane) è sempre stata conveniente rispetto al resto d’Europa.

Anche se negli ultimi anni questo vantaggio si sta assottigliando continuiamo a spendere meno della media europea. Lo ha riaffermato a luglio il garante per l’energia ed il gas nella sua razione annuale:

“si può stimare che il 60% delle famiglie italiane, con consumi annui inferiori ai 2.500 kWh, paghi per l’elettricità prezzi più bassi della media europea”.

Va poi considerato che del costo del Kwh, la produzione incide per il 60%, il resto è composto da varie voci, fra cui trasmissione, tasse, oneri vari tipo CIP6 e oneri del vecchio nucleare.

Di questi ultimi continueremo per anni a pagare la dismissione delle vecchie centrali ed il costo del futuro deposito per le scorie (stimato in 1,5 miliardi di euro) finirà in bolletta. Pertanto proprio a causa del nucleare il costo della bolletta non calerà, questa e una delle poche certezze per il futuro.

Dipendenza dall’estero

Una centrale nucleare consuma combustibile prodotto a partire dall’uranio. In Italia non esistono giacimenti e neppure esistono impianti di riprocessamento. Pertanto col nucleare continueremo a dipendere dall’estero.

Inoltre pochi sanno che delle circa 70 mila tonnellate di uranio consumate annualmente, solo il 28% proviene da paesi stabili, come Australia, Canada ed Usa, il resto viene da Kazakhistan, Russia (avete presenti i problemi col gas nello scorso inverno?), Niger, Namibia e Uzbekistan.

Cambiamento climatico

Il nucleare viene proposto come l’unica soluzione al problema di ridurre le emissioni di CO2. Vanno chiariti due aspetti.

Innanzitutto a chi come la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, (sul Sole 24Ore del 10 luglio), saluta il ritorno all’atomo elettrico come a una “opzione importante anche per raggiungere gli obiettivi di Kyoto”, va ricordato che il Protocollo di Kyoto, stabilisce che l’Italia nel periodo 2008-2012 riduca le proprie emissioni di CO2 in atmosfera nella misura del 6,5% rispetto ai livelli riscontrati nel 1990.

La posa della prima pietra della prima centrale nucleare italiana si svolgerà, secondo gli obiettivi di Scajola, nel 2013 (quando Kyoto sarà scaduto), pertanto di quale Kyoto si sta parlando? Secondariamente, è falso affermare che questo tipo di centrali non produca CO2.

Costruire un centrale nucleare comporta il consumo di una quantità talmente elevata di energia che occorrono anni di generazione di corrente per compensarla.

Si aggiunga il fatto che l’estrazione e l’arricchimento dell’uranio sono attività complesse ed energivore. A conti fatti gli esperti valutano che ogni kWh nucleare emetta una cifra variabile dai 96 ai 134 grammi di CO2 (Oxford Research Group).

Se davvero si vogliono ridurre le emissioni di gas serra vi sono altre strade: innanzitutto il risparmio energetico, universalmente riconosciuto come lo strumento più efficace. Secondariamente le fonti rinnovabili, che eccetto che per il fotovoltaico, già oggi costano meno del nucleare, sono disponibili da subito (una pala eolica non richiede dieci anni per entrare in funzione), non creano rifiuti tossici e depositi che costano milioni di euro.

Rinascimento industriale

Enel ha dichiarato nei giorni scorsi che ognuno dei quattro cantieri previsti impiegherà 2.500 persone per cinque anni ed in seguito in ogni centrale lavoreranno 500 persone, ovvero 2 mila nuovi posti di lavoro dal 2018 in avanti.

Per fare un confronto, l’università Bocconi stima che le politiche energetiche del pacchetto europeo Clima – Energia entro il 2020 potranno garantire un’opportunità di business e sviluppo occupazionale notevole. Il valore degli investimenti è stimato in 100 miliardi di euro nei prossimi dodici anni a fronte di un potenziale occupazionale di 250 mila unità lavorative nel 2020.

Duecentocinquantamila posti di lavoro che però potrebbero essere creati all’estero, avverte lo studio della Bocconi, se il sistema produttivo italiano non sarà in grado di sfruttare l’occasione. Peccato che il governo guardi indietro al nucleare piuttosto che guardare avanti verso la cosiddetta green revolution.

Infine, un cenno alla competenza italiana nel campo nucleare. La stampa sottolinea che siamo pronti a partire, l’Ad di Enel Fulvio Conti ovviamente non ha dubbi al riguardo.

Si ripete che Enel ha centrali atomiche in Spagna e Slovacchia, ma va detto che sono tipologie di centrali diverse dagli EPR che si costruiranno in Italia (tecnologia statunitense in Spagna e sovietica in Slovacchia), e che il personale appartiene a Slovenske Elektrarne e ad Endesa (società di cui Enel possiede la maggioranza azionaria), che certo non si trasferirà mai in Italia.

In Francia, a Flamaville, dove si sta costruendo uno dei due EPR oggi in costruzione, l’Enel (partner con una quota del 12,5%) parla di significativa presenza di personale italiano nel cantiere, in realtà il contratto prevede la presenza di 65 persone, ora siamo a 50 e di queste 50 solo 5 sono effettivamente attive (vedi anche intervista a Philippe Leigne, ingegnere EDF su Handelsblatt, giornale tedesco, 8 luglio 2009).

Non sono un po’ poche 5 persone in un cantiere di più di due mila unità? Soprattutto per pensare di poter tirare le file di quattro nuovi cantieri analoghi in Italia?

Quanto costa un reattore EPR? L’esempio finlandese

In origine, la centrale finlandese di Olkiluoto 3 (OL3), doveva essere pronta per quest’anno ed incarnava il simbolo del rinascimento nucleare. OL3 è un reattore dello stesso tipo che verrà costruito in Italia da Enel ed EDF in quattro esemplari. Per questo è utile osservare come sta procedendo la sua costruzione.

L’opera ha sinora maturato tre anni di ritardo ed ora si spera di concluderla entro la fine del 2012. Ma non sarà facile perchè nel frattempo la società costruttrice, Areva (consorziata con Siemens) è ai ferri corti col committente finlandese (TVO).

Il contratto iniziale prevedeva infatti un costo fisso per l’opera, gli sforamenti sarebbero stati a carico del costruttore. Areva ovviamente oggi non gradisce la cosa e sostiene che i ritardi e i conseguenti aumenti di spesa sono stati causati da TVO. Il 31 agosto 2009, Anne Lauvergeon, amministratore delegato di Areva, nel presentare i conti della società, ha annunciato che il costo dell’impianto ha raggiunto la cifra di 5,3 miliardi di euro (+75% rispetto ai 3 miliardi preventivati) ammettendo che non è possibile determinare il costo finale dell’impianto finlandese (vedi Financial Times 1 settembre 2009).

10 domande/risposte

1. Gli impianti atomici di terza generazione sono più sicuri dei precedenti?

I reattori nucleari di III generazione, sviluppati negli anni ’90, rappresentano l’evoluzione della II generazione sviluppata negli anni 1960-70, la fisica del reattore e’ immutata, sono stati invece migliorati tutti i dispositivi tecnologici di contorno.

Sul fronte sicurezza, la terza generazione si distingue dalla precedente perchè’ i sistemi di sicurezza sono ridondanti o sono di tipo “passivo”. I reattori di tipo EPR (European Pressurized Reactor) sono di tipo ridondante ovvero se ad esempio esiste un sistema di pompe per far circolare l’acqua per il raffreddamento, tale sistema è quadruplicato in modo che ve ne sono altri tre di scorta in caso di guasto.

I sistemi passivi (come l’AP 1000 (Advanced Passive) di Werstinghouse) sono invece quelli che, facendo affidamento su circolazione naturale, gravità, convezione e gas compressi, fanno sì che il reattore sia in grado di auto-arrestarsi in caso di necessità e di assicurare la refrigerazione anche in assenza di alimentazione elettrica e di operatori umani. E’ indubbio che i reattori di III generazione siano migliori dei precedenti, così come una nuova auto è generalmente più sicura del vecchio modello rottamato, ma il rischio di incidenti permane.

Riguardo agli EPR va segnalato che il giornale inglese “The Independent” sostiene che in caso di incidente morirebbero il doppio delle persone rispetto ad un vecchio reattore poiché la quantità di materiali radioattivi presenti nei reattori e’ maggiore. I documenti redatti da EDF (L’Enel francese), dicono che le quantità di Bromo, Rubidio, Iodio e Cesio radioattivi saranno 4 volte superiori rispetto ad un reattore normale. Stime indipendenti di Posiva Oy (che smaltisce scorie nucleari finlandesi) dicono che lo Iodio 129 sarebbe 7 volte tanto, la NAGRA (Swiss National Co-operative for the Disposal of Radioactive Waste) dice che il Cesio 135 e 137 prodotto sarebbe 11 volte tanto.

2. Un terribile incidente come quello di Cernobyl oggi potrebbe ripetersi?

Ovviamente è difficile che accada un incidente simile ma è statisticamente impossibile escludere la possibilità di un incidente grave in una centrale. In base al numero attuale di reattori in circolazione gli scienziati stimano la probabilità di un incidente catastrofico ogni 200 anni (Aspoitalia). Ininterrotto è invece lo stillicidio di “piccoli” incidenti: nel 2008 vi sono stati 4 incidenti nelle centrali spagnole (oggi acquisite da Enel) e nel solo mese di luglio sono tre i casi segnalati in Francia (Tricastin e Romans-sur-Isère). Pensiamo a luoghi fortemente urbanizzati come la Pianura Padana…

3. Le centrali EPR destinate all’Italia garantiranno un risparmio sulle bollette dei cittadini?

No. Qualcuno ha rilevato sconti sulla propria bolletta dopo l’avvio della riconvertita centrale di Torre Valdaliga Nord? La riconversione di questa grande centrale da petrolio a carbone, definito “pulito”, inaugurata il 30 luglio 2008 da Scajola in persona, era stata giustificata dall’Enel proprio per ridurre le tariffe elettriche, essendo il carbone meno costoso di metano e petrolio (anche se più inquinante).

La verità è che le aziende elettriche sono società per azioni, votate alla generazione di profitti, e i profitti non si fanno abbassando le tariffe e promuovendo il risparmio. Anche la borsa elettrica, creata pochi anni fa con la liberalizzazione del mercato, doveva far abbassare i prezzi, ma è accaduto il contrario. Purtroppo “Il prezzo è fatto dal mercato e non dalla tecnologia produttiva” (Il Sole24Ore 2/8/2009).

4. La creazione dei quattro reattori ci affrancherà del tutto dalle importazioni di greggio?

E’ falso sostenere, come ha fatto il governo italiano, che il nucleare costituisca una soluzione al problema dell’aumento del costo del petrolio. Vale la pena sottolineare che in Italia la generazione elettrica non utilizza il petrolio come fonte principale: nel 2008 i prodotti petroliferi hanno concorso alla produzione di energia elettrica con una quota del 6,8%, è il gas metano a coprire il 66% della produzione termoelettrica.

5. Esistono rischi per gli abitanti che vivono nelle aree dove sorgeranno le centrali?

Sì per il banalissimo motivo che non esiste la certezza matematica che in una centrale nucleare non succedano incidenti. Gli ingegneri nucleari sanno benissimo che non si progetta nulla a rischio zero, si tende alla massima riduzione possibile. Ma i rischi rimangono.

6. Le scorie prodotte potranno essere smaltite in maniera definitiva?

Le scorie, per utilizzare le parole di Giuseppe Zampini, amministratore di Ansaldo Energia (che controlla Ansaldo nucleare): “sono il problema, uno dei punti su cui siamo caduti, sappiamo gestire le centrali ma in Italia non sappiamo dove mettere le scorie”.

Attualmente (dati ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) abbiamo circa 60 mila metri cubi di rifiuti radioattivi (in parte stoccati all’estero ma destinati a rientrare in Italia) e 235 tonnellate di combustibile irraggiato per cui dobbiamo trovare un sito sicuro. Iniziamo a smaltire queste prima di produrne altre!

7. Esiste un sistema sicuro per rendere innocui plutonio e prodotti di fissione?

Non esistono oggi soluzioni concrete al problema dei rifiuti radioattivi. Le circa 250 mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotti finora nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi. L’unico deposito di profondità esistente, si trova negli USA ma ospita solo rifiuti militari e non quelli dei reattori civili. Riguardo al plutonio, risultano particolarmente vulnerabili gli impianti di riprocessamento dove vengono riciclate le barre di combustibile esauste estraendo il plutonio generato e l’uranio non consumato.

Durante il processo sono possibili sottrazioni di materiale perché e’ impossibile un controllo rigoroso fra materiale in entrata e in uscita nell’impianto. Quando nel 1996 il Dipartimento per l’energia statunitense compilò il noto “50° Years Report”(1), scoprì che non quadravano i conti fra entrare ed uscite di plutonio nei vari impianti. Da quello di Los Alamos risultavano spariti 765Kg, l’equivalente di 150 bombe nucleari!(2).

Il rischio trafugamenti non diminuirà in futuro, anzi aumenterà perché i nuovi EPR sono progettati per funzionare non solo con l’usuale uranio arricchito ma con il MOX (un mix di ossidi di uranio e plutonio), ottenuto proprio con gli impianti di riprocessamento. Pertanto il “nuovo nucleare” sotto questo aspetto risulta più pericoloso rispetto al “vecchio”(3).

Dal 1995 l’Agenzia tiene nota di tutti gli incidenti che coinvolgono la sottrazione illecita, la detenzione e l’uso di materiale nucleare(4). Al 31 dicembre 2006 la lista prodotta contava ben 1.080 casi, Il 54% di origine criminale.

8. Le future centrali di quarta generazione “ricicleranno” il plutonio?

La quarta generazione e’ un mito, e’ il sogno di una tecnologia nucleare che non abbia i problemi del nucleare! Attualmente esiste un comitato internazionale formato da dieci paesi che lavora su sei tecnologie di reattori, (www.gen4.org) comunemente identificato col termine quarta generazione: reattori veloci raffreddati a gas, reattori veloci raffreddati al piombo, reattori a sale fuso, reattori veloci raffreddati al sodio, reattori supercritici raffreddati ad acqua, reattori a gas ad altissima temperatura. Quali fra questi vedrà un giorno la luce e’ troppo presto per dirlo e qualsiasi previsione e’ puro esercizio di fantasia.

9. Nazioni come Francia e Svezia possono rappresentare dei modelli per il nostro Paese?

Ogni paese deve cercare il proprio modello di produzione di energia elettrica basandosi sulle proprie caratteristiche peculiari. La Svezia non ha il nostro clima per cui sarebbe un modello sbagliato, la Francia ha scelto il nucleare per diverse ragioni, non escluso il fatto di avere un arsenale nucleare militare: il nucleare civile è integrato a quello militare poiché le tecnologie sono le stesse.

Certo guardare oltre confine non fa mai male, ma perchè non guardare allora alla Spagna, alla Germania o al Portogallo? Un paese, come l’Italia, povero di risorse energetiche primarie e dipendente dalle importazioni dall’estero.

Ebbene il Portogallo sta diventando un leader mondiale nelle fonti alternative (Vedi Financial Times 28 febbraio 2009), ed entro il 2020 prevede di produrre il 60% dell’energia elettrica da fonti alternative!

Quanti posti di lavoro pulito e diffuso si creerebbero in Italia potenziando le tecnologie solari?

10. L’installazione dei reattori creerà una maggiore produzione di energia elettrica?

E’ ovvio che quattro centrali in più, alimentate con qualsiasi fonte, potrebbero aumentare la quantità di energia elettrica producibile. Ma un sistema elettrico e’ complesso: aumentare il numero di centrali non significa aumentare la produzione di energia elettrica.

L’energia elettrica non è facilmente accumulabile, se ne produce in misura eguale alla domanda, non di più; il 31 dicembre 2008 in Italia avevamo centrali installate per una potenza complessiva di 98.625 MW, una cifra molto superiore alle nostre necessità (la potenza massima richiesta lo scorso anno è stata di 55.292 MW – Terna – Rete Elettrica Nazionale).

Certo, la potenza massima non e’ mai disponibile interamente, a causa dei cicli di manutenzione, ma deve essere chiaro che già oggi in Italia abbiamo impianti sufficienti, importiamo energia perchè i francesi la esportano a basso costo per il semplice fatto che un reattore nucleare non ha una produzione modulabile: quando parte non lo si spegne fino a che il combustibile non si esaurisce, per cui se l’energia prodotta non viene usata la si deve disperdere, a quel punto tanto vale venderla a basso prezzo.

Inciso: in Italia siamo anche esportatori di corrente, nel 2008 abbiamo esportato 3.398 milioni di Kwh (Terna)."




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